Una vetrina per esporre le proprie opere, per confrontarsi con l’arte internazionale, per offrire ai collezionisti, ai critici, ai galleristi uno scenario dell’arte interessante e stimolante. Segnalazione di artisti, gallerie, mostre ed eventi culturali, riviste d’arte, articoli e saggi d’arte, recensioni, sono i numerosi contenuti che potrete consultare all'interno del Blog. UNO SPAZIO PER CONFRONTARE E COMMENTARE LE IDEE SULL'ARTE CONTEMPORANEA
sabato 21 novembre 2020
venerdì 20 novembre 2020
martedì 17 novembre 2020
IL PROBLEMA DEL VETRO - di Marco Cotroneo
domenica 15 novembre 2020
PEPPE DELLA VOLPE, CAUSTICO FUSTIGATORE DEL MONDO DELL’ARTE E DI TUTTI I VANITOSI E IMPROVVISATI SOGGETTI CHE VI OPERANO - di Pino Bonanno
sabato 14 novembre 2020
QUANDO IL RAPPORTO FRA PADRE E FIGLIO VA OLTRE LA DIMENSIONE DELL’AFFETTO - CARMELO COTRONEO: ARIA E VENTO IN ESPANSIONE COME UNA BOLLA di Marco Cotroneo
lunedì 9 novembre 2020
DUŠAN DŽAMONJA – Artista titanico, plasma il vuoto, il silenzio, il tempo per dialogare con l’uomo : Luglio 2006 - Pino Bonanno
L’artista Dušan Džamonja (nato nel 1928, vive fra Zagabria, Vrsar e Bruxelles) è uno degli artisti più famosi d’Europa. In più di 50 anni di attività artistica, ha esplorato, con curiosità intellettuale e vigore esistenziale, tutte le potenzialità dell’espressività scultorea, attraverso un uso personale dei materiali e le loro implicazioni plastiche. A testimonianza della sua genialità e valore artistico universalmente riconosciuto, si sono espressi grandi critici e storici dell’arte: Giulio Carlo Argan, Giuseppe Marchiori, Pierre Restany, Roger Pierre Turine, Hans Neuburg, Hainz Fucsh, Vladimir Maleković, Danièle Gillemon, France Borel, Slavica Morković, Irina Subotić, Igor Zidić, etcc… Tutti questi critici, analizzando il percorso creativo di Džamonja, attestano unanimemente la sua straordinaria capacità di parlare all’uomo attraverso il “rimodellamento” dei materiali. Ma è egli stesso a chiarire, in una intervista rilasciataci per l’occasione, il suo pensiero sulla natura dell’arte: “Essa deve avere, nel suo farsi, la possibilità di sintetizzare psicologicamente 3 aspetti – l’idea, il materiale, il processo elaborativo”. Nella consapevolezza che ognuno di questi 3 elementi ha diversi valori da sostenere. L’idea, come pilastro strutturale dal punto di vista espressivo e simbolico; il materiale, in quanto confronto fra natura organica e inorganica (il legno con il metallo ), ma anche come gesto simbolico (il legno che rappresenta la vita, torturato dal metallo, i chiodi o le catene); il processo elaborativo, come momento di decantazione ed esaltazione dell’idea per scoprire i percorsi interiori dell’uomo. L’intuizione, la sensibilità, il rapporto con i processi evolutivi dell’uomo all’interno delle diverse società, fanno sì che l’artista possa avanzare le proprie istanze creative con libertà espressiva e forza evocativa. Da questi elementari, ma essenziali, valori parte Džamonja per percorrere la strada della conoscenza dell’uomo espressa mediante tutta la rappresentazione simbolica che la storia ci mostra. Rappresentare, in ogni modo, la tortura cui l’uomo è stato sottoposto nel tempo, significa per il nostro artista, sottolineare il valore simbolico della sofferenza del genere umano, che in vari momenti assume il grido come voce universale per comunicare. E la scultura, l’atto creativo in genere, che realizza porta con sé sempre il messaggio simbolico della dialettica fra la vita e la morte, fra ciò che vive e perdura e ciò che si annulla e si trasforma in pensiero passivo, in attesa dell’estasi spirituale. E’ proprio questo atteggiamento profondamente riflessivo circa il “fare” creativo che ha fatto dello scultore croato uno dei massimi esponenti internazionali dell’arte, sempre in sintonia con le più avanzate ricerche plastiche. Egli è tra i pochi scultori contemporanei che oltre a non avere paura del monumentale, cerca continuamente la sfida con lo spazio, gli orizzonti, l’aneddoticità della realtà con cui devono confrontarsi, oltre che dialogare, le sue opere. Ha progettato, fin dagli anni ’50, grandi gruppi scultorei di notevoli dimensioni i quali sono diventati immediatamente parte del paesaggio, anzi, riflettendone sulla propria superficie, perfino dentro lo spirito concettuale, i rilievi, le valli, e gli orizzonti. Oppure, ha collocato in grandi spazi urbani, usando una particolare sensibilità architettonica, le sue sculture per ridefinire il sito, la cultura e la storia stessa del luogo. Come quando più recentemente, nella primavera del 1998, ha collocato un gruppo di sculture nella piazza Vendôme a Parigi. Solo uno scultore come Džamonja, con la sua forza eleborativa dell’idea cosmica, poteva raccogliere e vincere la sfida di misurarsi con un ambiente arcitettonico complesso, classico e storicamente rappresentativo. Con l’idea di dover creare “un luogo dentro il luogo”, un sistema simbolico di forme e volumi capace di rivitalizzare, con rinnovata energia, tutto lo spazio attorno, ha realizzato una autentica osmosi tra preesistente e nuova realtà creativa da cui ne è scaturito un brillante e dinamico linguaggio gestuale, fatto di linee e masse, interno ed esterno, luce ed ombra, prospettiva e introspettiva, riflessione e domande. Džamonja è anche questo. L’artista capace di sommuovere le idee per riscrivere gli elementi primari della riflessione: Perché? Come? Quale il senso? Che cosa cercare? In tutta la sua vita ha sempre saputo mantenere vivo il suo straordinario intuitivo senso per il monumentale, per l’opus architettonico, adattandolo all’evoluzione del linguaggio e alle esigenze espressive della scultura moderna. Così come, a loro modo, Moore, César, Brancusi. Ha avuto, soprattutto, uno speciale rapporto e visione verso il “monumentale simbolico”, in cui con grande maestria ha trasceso il particolare, l’elemento minimale per cogliere sempre “l’umana universalità” dell’idea. “ Un monumento è prima e più d’ogni altra cosa un luogo, un luogo dentro il luogo” e Džamonja di questa convinzione ne fa la sua magia permanente. Un luogo (il monumento, la scultura) in cui i segni, i significati, fluttuano sulla materia; segni che imprimono il senso, indicano stretti e vigorosi spazi di luce che filtrano e modellano la forma, ne fissano la durata più che la dimensione. Le sue sculture sono, prima di tutto, un progetto di stile che ama indagare la materia e ama rispettarne la consistente presenza. Sono sculture poderose che vibrano nell’aria, composizioni che dialogano con la luce e le sue voci interiori, come si fa con la memoria, visiva e mentale. Tali opere possono essere anche viste come intuizioni mentali, come folgorazioni di prima alba, ma sempre progettate dopo una lunga e sofferta ricerca formale dei materiali e dell’estetica interiore. Il suo lavoro si definisce nella palpitante e spasmodica “manìa” di lavorare lo spazio, inglobarlo in una forma articolata, con un centro e una superficie periferica, con un significato esplicito e uno più profondamente simbolico. E’ una scultura di “paesaggio”, nel senso che non ha un solo punto di vista né un centro focale, che parla del concetto e delle passioni. Può anche essere vista come metafora della vita, ma è soprattutto “ritmo”, voce che sussurra e grida per scuotere o rassicurare, per “dire” e attendere. Non nel senso della necessità di narrare per opportunità pedagogiche, ma per bisogno di testimoniare, ricordando, contro quali forze estranee alla sua natura l’uomo è chiamato a lottare e difendersi. Le forme a cui fa principalmente riferimento sono colte dalle simbologie cosmiche, proprio perché egli crede che solo nella loro rappresentazione possa realizzarsi l’idea della perfezione. Esse consistono in sfere o forme ovoidali, talvolta interamente sviluppate e certe altre, invece, segmentate, spezzate in cui il nucleo centrale è visibile ed esplorabile anche attraverso un dichiarato ritmo orbitale. Egli cerca sempre, in queste forme, l’armonia e la continuità fra interno ed esterno, fra intenzione e svelamento, fra unità (particolari) e infinito. Egli sa bene che la concezione dell’universale o del cosmo può essere espressa soltanto simbolicamente. Ma sempre separando il simbolico dallo spirituale, affronta con grande chiarezza espositiva l’idea che ogni simbolo è espressione del pensiero e che ogni concezione elaborativa e creativa implichi simboli. Per questo, egli incorpora i simboli nelle sue forme scultoree, le quali sono sempre molto precise ed elaborate con grande conoscenza delle possibili infinite variazioni che gli sviluppi formali offrono. Queste forme džamonjane sono realizzate con legno e chiodi, in una prima fase della sua ricerca, poi da solo chiodi saldati in testa per rendere cava la parte centrale delle opere e congiungere, appunto simbolicamente visibile, l’interno con la superficie, l’unità con l’infinito, l’intento con l’universale. Successivamente, attraverso la sostituzione del legno con l’argilla, realizza delle sculture in cui ottiene delle forme con l’uso delle catene metalliche. Altro elemento simbolico che rimanda all’idea dell’ arroganza e sopraffazione umana. All’idea dell’asservimento e della schiavitù. Come pure, l’uso dei chiodi implicava simbolicamente l’idea di un atto che congiunge, collega, tiene insieme, oppure, il più antico gesto della violenza. Con questi materiali e queste tecniche, l’artista, come altri grandi artisti del suo tempo, Brancusi o César, afferma a suo modo la necessità di collegare e realizzare la scultura con le tecniche più antiche, primitive come espressività rinnovata della modernità. E con ciò, ribadire le antiche e mitiche origini della scultura. “L’arte commemorativa per eccellenza diventa commemorazione di se stessa e delle sue passate glorie…Essa ha un orgoglioso senso dell’arcaico e del mitico il quale corre in parallelo alla sua modernità e la completa. La scultura può così alzarsi in piedi contro i radicali cambiamenti imposti dalla tecnologia industriale” (G.C.Argan). Le sue opere sono state concepite, con la memoria genetica di chi ha profonde radici mediterranee, con forme che vanno “frequentate” tattilmente, prima ancora che visivamente. Ciò vuol dire che tutto lo sviluppo simbolico delle forme ha implicazioni naturali, più carnali, quasi di vicinanza umorale, con l’irresistibile istinto di toccare e stringere l’opera. E quando noi ne accarezziamo le ruvide superfici, accostiamo le sensazioni al bisogno di libertà e di spazio, a qualcosa che emana storia e mistero, vibrazioni molecolari e movimento orbitale. Dall’interno delle sue strutture, se ne abbiamo le capacità, possiamo sentire la voce delle sue creazioni che parla del suo mare, dei suoi venti, delle sue passioni. Forse per questo, G.C.Argan definisce Džamonja, nel 1977, come un artista “contemplativo”, distinguendolo dai “concettuali”. Proprio perché attribuisce all’artista croato la capacità di andare oltre il simbolico, riuscendo a sintetizzare un mondo interamente alla nostra portata e con cui relazionarci intimamente. C’è molto spazio e molta aria nelle sue opere e scolpire, modellare, l’aria è cosa assai improbabile: c’è un’aria di Moore, un’aria di Giacometti o, un’aria di Brancusi o Pomodoro e c’è una specifica morfologia aerea per il nostro artista. Ma dare forma, oltre che idea, al vento e alla luce che fasciano le strutture del corpo solido, è un progetto e impresa non soltanto naturalistica, è corposo impegno stilistico, sintesi espressiva, qualità estetica rari e unici. C’è nel lavoro di Džamonja grande rispetto per l’armonia e l’estetica simbolica, la “misura” del monumentale, il taglio della sua visione del mondo. Tutte le sue opere amano il silenzio, la raccolta verità dell’esistenza interiore, come quando nello spazio in cui colloca i suoi gruppi scultorei, si ascolta la voce dell’aria, il sussurro delle sue idee. Questo è anche il Mediterraneo a cui rivolge lo sguardo quando al mattino spalanca le riflessioni dal suo “parco sculture” a Vrsar (Istria), in cui si trova la sua casa-studio. Questa è la luce, la brillante armonia luminosa che spira da oriente. Figura preminente del modernismo, “Džamonja è per la Croazia, come lo è stato per l’ex Yugoslavia, quello che Henry Moore era per l’Inghilterra, Giacometti per la Svizzera”. Questo secondo l’opinione del critico Danièle Gillemon, ma anche l’opinione diffusa fra gli esperti internazionali dell’arte. Ma più degli artisti citati, l’artista croato possiede una visione cosmica dell’opera d’arte che non è comune ad altri. All’interno del suo lavoro si trova la dialettica dell’uomo e dell’esistenza, infatti, è unico nel collegare le più tormentate e magmatiche viscere della terra con il dramma quotidiano dell’uomo, il quale, attraverso le sue rappresentazioni estetiche, prende forma e si concretizza in un pensiero forte, al di là di ogni occasionale verità. Verità che suggerisce all’artista la forza di non arrestarsi davanti alle prime rivelazioni esteriori, ma cercare incessantemente il lato in ombra dell’esistenza dell’uomo. Quell’oltre che sempre è in noi e sempre amorfo tarda a prendere forma per liberare energie nuove. L’alchimia di Džamonja consiste nel non accontentarsi mai del già rivelato, ma cosciente che c’è sempre un altro mistero di fronte alle cose note, conosciute. E’ il mistero della trasformazione della realtà nell’altra dimensione creativa ed estetica. Il mistero di non sapere con certezza cosa si nasconde dentro le cose che osserviamo e in quale relazione queste cose sono con il pensiero, con la riflessione, con la fantasia. Džamonja esplora continuamente questi percorsi e li confronta con l’evoluzione delle sue forme e delle tecniche che via via adopera. Così facendo scopre che in ogni forma se ne nascondono altre e altre ancora e il pensiero, il bisogno della rivelazione, concorre a rimodellare la realtà nel modo più ampio e veritiero possibile. E la tecnica, il processo elaborativo, la scelta attenta dei materiali servono primariamente a determinare l’estetica di ogni opera, la quale, come una passione o forza inarrestabile parte dall’interno della forma (che è l’interno dell’artista) per completarsi negli strati superiori, nella struttura di superficie, con una energia fluida in grado di coinvolgere lo spazio e l’aria circostante. Ecco la grande magia e intuizione dell’artista cosmico, dell’artista che guarda la natura come un sistema unico universale col quale dialogare, pensare e immergersi totalmente. Attraverso le sue opere noi possiamo cambiare la nostra dimensione fisica e materializzarci in un altro sistema stellare, un altro pianeta. Oppure, o anche, entrare in un immaginario e “poetico mondo di sogno” le cui dimensioni, prospettive estetiche, suggerimenti sono abilmente proposte dal nostro artista.
venerdì 21 giugno 2013
Ian Davenport: La gravità del colore
La mostra “Reflex”, a cura di Luca Massimo Barbero, tenutasi da Giacomo Guidi Arte Contemporanea – Roma, dal 10 Ottobre al 24 Novembre 2012, consente di riprendere alcune riflessioni e considerazioni a proposito di Ian Davenport (Kent, 1966), ex enfant prodige della Young British Artists generation e oggi maestro della nuova corrente astrattista.
Cresciuto alla “scuola” di Motherwell, Barnett Newman, Rothko, scandisce la perfetta sintesi di simboli e visioni, riorganizzandoli all’interno delle sue opere e, partendo dai White Paintings di Robert Rauschenberg, evolve verso organici flussi di colore manifestati con un travolgente ritmo in cui è centrale la gravità e la forza degli elementi cromatici.
Le sue opere, nella loro essenza, si caratterizzano per una forte modernità e innovazione, anche se recano un evidente legame con la tradizione della pittura, in cui ogni linea, ogni pennellata di luce contiene forti riferimenti alla stagione delle grandi “impressioni”.
Nella mostra romana, Davenport, oltre ai suoi classici Puddle Paintings, ha realizzato un interessante wall drawing in cui sintetizza i colori e li ripropone, con la proverbiale abilità espressiva, nel contesto di un site specific.
Le sue elaborazioni pittoriche sono sempre in continua ricerca di specifiche tecniche che esaltino il senso ultimo delle vibrazioni, delle emozioni, del rapporto con la luce e il movimento come misura del sé contemporaneo.
Afferma, infatti, che “ è importante mettere continuamente in discussione anche le certezze del passato ” .
Per creare le sue opere utilizza materiali e strumenti di ricerca alternativi, apparentemente improbabili, ma che gli permettano di pensare in modo nuovo alla sua stessa creatività:
Siringhe, ventilatori, annaffiatoi, spille e chiodi.
E’ una continua lotta con il mezzo e il materiale, chiedendosi costantemente: “cosa succederebbe se creassi un dipinto senza usare il pennello? E se invece di utilizzare la tela, scegliessi qualcosa di diverso? Fino a quanto si può sperimentare?”.
Il suo atteggiamento è mutuato dalla convinzione che ogni espressione artistica contemporanea debba dare significato di sé soprattutto attraverso un uso appropriato della ricerca dei linguaggi che sappia meglio identificare il bisogno di rappresentare l’identità dell’artista.
Egli afferma che il suo modo di operare è molto vicino a quello dello scultore e del performer,
nel momento in cui sceglie il materiale su cui far scorrere, colare il colore. Le piastre metalliche, normalmente usate come supporto, sono superfici che devono permettere un dinamico movimento finale del colore e, allo stesso tempo, devono coagulare la consistenza cromatica, la vibrazione e la profondità della luce.
Osservando le sue opere non possiamo pensare che tutto poggi sulla tecnica e sull’estetica visiva; in realtà, la sua fonte ispirativa principale proviene dallo studio di complessi elementi visivi, come gli affreschi della tradizione medievale italiana e una continua osservazione dei simboli della cultura popolare.
Sono fonti irrinunciabili a cui attinge a piene mani, per sua esplicita ammissione, colpito sempre dall’immediatezza espressiva dei dipinti su pareti dei grandi maestri, come il Giotto della Cappella degli Scrovegni di Padova.
Il suo è sempre un lavoro che si sviluppa attraverso la dialettica visiva di forze controllate (lo scorrere manuale del pennello o della siringa) e l’espressione dell’azione incontrollata
( ventilatore o innaffiatoio ).
La presenza autorevole di Ian Davenport nello scenario internazionale del sistema dell’arte è un altissimo esempio che dimostra come la pittura sia un linguaggio complesso e affascinante che dimostra come sia assurdo oggi parlare della sua “morte”.
di Pino Bonanno
Ian Davenport: La gravità del colore

















