sabato 14 novembre 2020

QUANDO IL RAPPORTO FRA PADRE E FIGLIO VA OLTRE LA DIMENSIONE DELL’AFFETTO - CARMELO COTRONEO: ARIA E VENTO IN ESPANSIONE COME UNA BOLLA di Marco Cotroneo

Il testo che segue analizza il lavoro di Carmelo Cotroneo comparando tre periodi fondamentali che tessuti da un filo continuo hanno condotto l’artista alle proposte odierne più mature. È un punto di vista estremamente vicino essendo la visione del figlio che conoscendo le dinamiche del processo creativo, offre un’argomentazione attenta, personale e utile alle necessità documentaristiche. Affacciandosi sullo stretto nasce l’artista che ancora ricorda gli odori dei campi e la frescura delle querce mentre scruta l’Etna al vento di scirocco: l’imprinting delle radici contribuirà alla formazione per un atteggiamento fondamentale per la conquista di una vera identità artistica. La completezza della sua formazione si verifica nella spontaneità del tratto, nella gestione degli spazi e delle anatomie oltre che nelle competenze concettuali. Le opere giovanili sono dichiarate e identificabili come “I MOSTRI”, figure mostruose, antropomorfe, slegate dalle convenzioni che ci si aspetta dalle accademie ma che rispondono chiaramente sulla proposta figurativa: per quanto sia di impronta espressionista, collocare Carmelo Cotroneo in un contesto avanguardistico diventa superfluo se non del tutto inutile perché il suo linguaggio si manifesta sempre in forme autonome e assolutamente personali. In questo ciclo di opere notiamo un atteggiamento carnale nei confronti della tela di iuta che viene sepolta da grassi strati di colore a olio. Seppur la proposta sia di forte impatto emotivo, non può essere letta in chiave autobiografica se non conoscendo profondamente l’artista. I mostri si contrappongono al mondo ostile nei confronti dell’arte e delle scelte autonome, sono la risposta giovanile alla richiesta di omologazione e diventano il “brutto” che sfida l’arroganza del bello nella concezione ultrapopolare che addita il mostro. Il supporto si piegava in alcuni casi per il peso del colore e per la qualità artigianale dei telai. La figura è dettagliata nei particolari di denti amorfi e mani sporgenti con dita rigonfie, artigli; agghiacciante, si lascia osservare dal fruitore e consapevole ne restituisce lo sguardo in atmosfere che, nonostante la cupezza degli ambienti, trasmettono un forte calore, aria bruciata e violenta che restituisce luce gestita col segno sapiente del colore pulito in dicotomia con la sbavatura voluta. Restano evidenti i segni delle spatole, le sovrapposizioni del colore che diventa come un laminato bronzeo, le croste che restituiscono un’esigenza tattile che spesso si ritrova nell’opera di Carmelo Cotroneo. I contorni dal nero saturo respingono la forma annullando la linea che diviene luce bruciata e le figure fondono nella sovrapposizione delle sagome diventando tutt’altro. Seguiranno opere dall’interiorità celata che riproporranno quei paesaggi impressi dai luoghi del passato, querce, vallate e scorci marini sempre lontanissimi. Il distacco dal mostro è naturale, coerente con l’uomo che cresce e allontana il gusto per la polemica; non essendo più necessario emanciparsi o rivendicare il proprio essere, Carmelo Cotroneo inizia un viaggio introspettivo ancora in fase di scoperta. Nonostante il suo primo incarico da insegnante di discipline pittoriche a Pozza di Fassa, di quel periodo nulla verrà messo su tela. I suoi paesaggi resteranno fedeli all’emotività mediterranea, ai colori forti e caldi generati dal territorio alle civiltà che lo hanno vissuto. Resta fermo ancora il legame col figurativo riconoscibile, ma le chiome degli alberi esplodono in onde e punti di colore: pennellate veloci come tagli leggermente ricurvi e campiture di tono su tono frammentate dal movimento dell’erba in preda al vento per compiere il volere compositivo dell’artista. L’immagine si ferma in uno scatto fotografico, è quel momento nel quale il cumulo di foglie esplode in aria diffondendosi a bolla nello spazio. Carmelo ferma la composizione nella massima espansione della bolla, un istante prima che scoppi; la natura partecipa coinvolgendo ogni sua parte per la sola restituzione dell’equilibrio dato dal movimento e dal colore. Il suo grande amore per la fotografia gli ha permesso di conservare momenti e luoghi che giacciono non troppo silenti, sempre, nel suo animo. Varia e vasta è la sua produzione di paesaggi ma per la lettura complessiva dell’operato artistico di Cotroneo è necessario precisare il suo totale distacco da qualsiasi pretesto commerciale o speculativo e, anche se fa paesaggi non è un paesaggista e se fa ritratti non è un ritrattista. Il suo paesaggio non ha mai collocazioni “reali” né il suo ritratto che, pur essendo estremamente somigliante, incarna una personalissima tendenza aulica e il fiore non è mai un fiore, il sentiero è solo erba spinta dal vento e le nuvole sono l’incombente boato del tuono. Aria e vento in espansione come una bolla, è questa la pittura di Cotroneo. Coinvolgente “La Luna Nel Prato”, il primo stacco significativo dalle solite proposte. La luna cade nel prato esplodendo in spicchi e stravolgendo il paesaggio violentato dal cataclisma metafisico, viene all’uomo in altra forma e la natura che scontra se stessa non trasmette alcun orrore, anzi, la luna conserva la poetica dell’astro pur diventando un proiettile micidiale e distruttivo. Il prato implode, si piega come per accogliere il colpo. La caduta è estremamente violenta perché l’effetto è sconvolgente, ma è attutita, elastica. Tutto converge verso il centro, il colore è infuocato, ma si contrappone con eleganza sui verdi e il freddo delle lontananze. Le opere sono monumentali, a volte più tele venivano unite con grande effetto emotivo. La luna si frammenta in forme definite dagli strappi di un globo e le forme conquistano una ritmica compositiva dal respiro autonomo anche senza il paesaggio che le accoglie. La proposta astratta in Carmelo aveva ancora necessità di approfondimento e di ricerca soprattutto interiore. Con coraggio affrontava il tema del figurativo schermandosi con la rivendicazione poetica che nel suo percorso ha tutto il diritto d’essere. È amante della poesia Carmelo Cotroneo, legge Neruda e super classici del genere, si gratifica nel vedere il mare o scalando un albero o aprendo un’anguria per scoprirla matura. La luna è il taglio di Fontana, la scatoletta di Manzoni, il mostro. Entra nella tela passando per la pittura, offrendo nuove possibilità di linguaggio. Strappa il paesaggio sovrapponendosi al passato. Resistente sarà tuttavia l’attitudine al riconoscibile. In “Dove Cantano le Sirene” si instaura un rapporto morboso con l’immagine della donna che, inizialmente è esclusivamente femmina poi diventa sirena. È femmina nell’idea di Carmelo e si manifesta da un profondo immaginario erotico con intenzioni mai realistiche, ma più che altro vere nel percepire l’atto della provocazione, la lussuria tramite la posa; donne da copertina, di una copertina ricontestualizzata, lasciata galleggiare nel campo visivo per essere ridotta tramite una mera collocazione di genere. Ma la figura non è abbastanza. La luna rientra nell’opera e tramite l’elaborazione creativa diventa la coda di un pesce, un mostro. Quei paesaggi marini di acque fatte d’erba, di schizzi che sono come virgole e punti d’ogni colore, quei cieli e quelle lontananze che tornano a essere squarciate dal taglio dell’irreale, del sogno, generano sirene in balia della bolla di Cotroneo. Corpi rilassati, adagiati nel colore, sommersi in una personalissima idea d’acqua: l’aria! Quel respiro, quel vento interiore che si smuove alla vista del mare. Il sospiro del viandante, il ricordo di quella casa nei campi dove lontano giaceva il mare. E la sirena diventa il tramite che ingloba il passato, si personifica in un mostro altro per raccontare di sé, alle spalle dell’artista, a sua insaputa, al primo sospiro dopo aver visto il mare, l’aria. Nel corso di questa produzione, la sirena diventa parte integrante della scena compositiva, ogni squama, ogni schizzo è protagonista fino a perdersi nel movimento del racconto ancora fotografico. Della sirena nulla verrà restituito, né l’odore del mare né il terrore del mostro. Dopo un lungo periodo tormentato nel quale il paesaggio rientra nelle sue tematiche, l’astratto prenderà il sopravvento inaspettato e stravolgente. Nel frattempo la produzione di Carmelo diventa incessante e le opere sono tutte di un gusto estremamente gradevole, soprattutto nella scelta dei colori non troppo Aggressivi, ma la continua sovrapposizione di proposte rendeva un tessuto materico indice di ricerca ossessiva e sofferente. Inevitabile lo strappo! Ritratti finiti, paesaggi, luoghi e situazioni su tele depositate e accatastate nel suo studio cadono alla mercé dell’atto creativo. Come un taglio le prime forme percorrono la tela sezionando le immagini. Si moltiplicano percorrendo i contorni dei vecchi segni prolungandoli all’infinito. L’intreccio delle linee diventa un campo modulare che l’artista plasma con l’attitudine al nascondimento, ma poi, si stravolge tutto. Le forme in quanto tali hanno tutte lo stesso connotato intellettuale. Nascondimento, frammentazione e metamorfosi, l’ennesima bolla! Questa volta è l’opera a espandersi, è il segno intrinseco che prende vita nello spazio della tela, mai oltre i suoi margini. Immagini dal colore forte con prevalenza di rossi che si stagliano con estrema dissonanza sui tagli blue e verdi. Diventa una forma di scrittura che pesca in ricordi atavici e mediterranei. Come gli Egizi venivano pervasi dal medesimo calore e spinti dagli stessi venti, chi vive le coste del mondo antico è costretto a generare le forme e le immagini registrate nella propria genetica. Cosi Carmelo produce quegli accostamenti di colore che ritroviamo nelle piramidi, delinea le forme come si fa con le lettere riscrivendo un alfabeto ancora personale e stravolgente. Gli accostamenti fra colori caldi e freddi sono ormai parte tecnico-espressiva integrante dell’artista. Con lunga esperienza, padroneggia la pittura tonale, la velatura, il materico e fonde tutto con atto spontaneo avendone assimilato profondamente l’essenza. L’utilizzo del colore sapiente e generoso nella stratificazione è ormai appurato sulle competenze di Cotroneo, ma la scelta delle immagini è un mondo ancora da trattare e chiarire. Carmelo continua un progetto forse innato e relativo alla sua predisposizione nei confronti della metamorfosi che mette in scena anche sul reale: essendo un riflessivo, la sua idea e la sua grinta subiscono variazioni continue, sempre inclini alla modifica di percorso. “Frammenti in Equilibrio” segna definitivamente la pittura di Carmelo Cotroneo offrendo una proposta astratta inaspettata che risponde a tutte le codifiche di una lettura “moderna” delle opere. Il taglio, il nascondimento diventano superflui, entra in campo la considerazione sulla forma e diventa astrazione pura perché è proprio dalla realtà che si prendono le distanze. Ma così come in una vera esplosione diventa irriconoscibile l’oggetto distrutto, la frammentazione di Cotroneo permette la mutazione (nel sogno) della forma che rimane reale ma astraendosi risulta irriconoscibile. È tutt’altro che informale, piuttosto, è anti-formale e così come per certi gabbiani in volo che in passato fotografava, le sagome si sovrappongono generando nuovi esseri. Le sagome vengono composte però cercando di annullare l’effetto pareidolico che culmina nella non riconducibilità all’immagine. Il fruitore cerca di ricostruire l’oggetto scomposto perdendosi nei frammenti e nulla si definisce se non il caos fermo di un istante. La bolla si espande in tutta la profondità del tono, nella percezione della prospettiva e nel movimento degli strappi non troppo dissimili agli spicchi di luna o alle sirene sferzate dall’acqua, dall’aria. Il gioco nello stravolgimento della figura insiste allontanandosi dall’informale e spingendosi verso il (ri)compositivo e la poetica della frammentazione insorge nel determinare le possibilità ricostruttive conseguenti “all’esplosione dell’oggetto”, ma lo scherzo dell’artista conduce verso il fallimento, verso l’impossibilità di riconoscerlo. Pura metamorfosi, una mutazione interna dell’opera che cambia e assume forma cangiante nel fruitore che, non giungendo mai alla totale conoscenza, innesca dal principio il processo percettivo dell’immagine ogni qual volta che la guarda. È la mutazione in mostro, la provocazione e forse, il desiderio di stravolgimento che diventa evidente nella proposta stilistica, per il rivelarsi nell’artista dell’uomo che poi è il basamento portante del concepimento artistico.

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