di Vittorio Sgarbi
Con Pier Toffoletti si può parlare di una pittura che sembra provenire da un affresco antico, eseguito sul fondo di un muro che ha subito l’ingiuria del tempo, e dove oramai il testo pittorico è andato in parte perduto, lasciando aperto un enigma indecifrabile. Il modo di procedere di questo artista è in parte mentale e in parte onirico. A volte l’immagine campeggia come su una scena, altre volte pare al contrario tendere a scomparire completamente, lasciando solo un’ombra che lascia intravedere ancora dei segnali, altre volte ancora appaiono figure nude di uomo o di donna, compenetrate in una loro arcana sacralità. In queste scenografie, le posture armoniche dei corpi hanno un non so che di misterioso nella qualità emblematica dei gesti, come assorte in un languore casto, o come se fossero evocazioni decorative che alludono a qualcosa di precariamente reale. Artista di scuola, Toffoletti ha scelto di applicarsi a una tecnica mista, grazie alla quale le sue opere giocano sugli elementi usati dagli antichi affrescatori. Egli applica a supporti lignei la polvere di marmo, gli ossidi e le sabbie in un gioco alchemico quanto mai personale. Prima però li impasta utilizzando collanti per ottenere la base materica su cui poi intervenire per realizzare graffiti, rilievi, incisioni; quindi procede all’applicazione dei colori acrilici, realizzando cromie e contrappunti che rilevano la composizione, conferendole vibrazioni del tutto insolite. Nella sua inquietudine, tuttavia, non si accontenta ancora di questa elaborazione materica, e sul suo complesso assemblaggio interviene ancora successivamente con la pittura ad olio. È dunque innegabile il fatto che Pier Toffoletti, maestro veneto di Udine, abbia scelto di vivere la sua arte nel segno nostalgico dell’ammirazione per la pittura del passato. Ma è necessario distinguere tra chi guarda gli antichi maestri dell’affresco copiandone pedestremente gli stilemi e chi, come Toffoletti, gioca in chiave totalmente originale e autonoma dai modelli stilistici che si è scelto. L‘intelligenza poetica di questo artista evita infatti qualunque tentazione esornativa o narrativa, per ribadire l’importanza di una visione ritmata solo dai segni del suo grafismo materico. La sua aspirazione è evidentemente quella di non lasciarsi irretire da una fascinazione imitativa, ma di delineare un dialogo silenzioso di figure del tutto contemporanee, dal momento che si collocano in uno in spazio strutturato come un’ambientazione concettuale. I suoi personaggi sembrano a volte immersi in un’estasi amorosa, a volte sono compenetrati in luminescenze che ne stemperano la corporeità in pura ombra. Ma se essi si presentano all’osservatore – coinvolgendolo – come se fossero avvolti dall’aura riflessiva di una problematica esistenziale senza soluzione, sconfinante forse nella ricerca metafisica di una verità ultraterrena, d’altro canto le macchie e i tratti astrattamente indecifrabili che li circondano sono i segni di un inconscio già esplorato, la cifra di un linguaggio tutt’altro che inattuale. Non è un caso tuttavia, che nelle più recenti sperimentazioni la figura umana sparisca definitivamente. Restano solo più gli sfondi ruvidi, le superfici graffiate da iscrizioni e segnali, da tracce di presenze che hanno ormai consumato il loro tempo, come se i muri rugosi della memoria li avessero inghiottiti in un vuoto ombroso e protettivo. Qui lo spazio si coniuga in tensioni drammatiche, dove il colore si riduce a puro impasto argilloso, e dove la luce gioca il suo ruolo fra le pieghe della superficie scultorea di un bassorilievo astratto.
Pier Toffoletti: Cromie e contrappunti

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